Il Teck – a proposito di soluzioni che adottano il tema parquet – è noto agli operatori come un legno speciale, è considerato un legno peculiare per la sua untuosità, tanto da essere valorizzato dalla cantieristica per la produzione dei deck di barche e panfili.
Ciò gli ha permesso di costituirsi nel tempo un nobile pedigree e riscontrare la preferenza di molti utenti con più prestigiose richieste.

I quali, ancor più del carattere tecnologico del materiale, apprezzano la sua bellezza cromatica e durabilità, tale da destinarlo in contesti lussuosi e/o di ricercato design.
Il parquet, sinonimo di naturalezza ed eleganza
Devono essere state anche queste le ragioni per le quali i proprietari d’una bella casa immersa nel verde della campagna toscana – hanno deciso di scegliere questa specie legnosa per la costruzione del pavimento di tutti i vani.
Anche dei locali bagno, pranzo e tinello con unica eccezione per la parte rivolta verso il bancone cucina.
Il pavimento è stato scelto con cura dal fornitore, il quale, accortosi del livello di pretesa dell’utente ha personalmente effettuato la scelta del materiale.
Presso il parchettificio di provenienza, curato le condizioni del cantiere, verificato l’umidità dei locali, la consistenza e durezza del massetto conformandosi in modo completo a tutte quelle prescrizioni di verifica delle caratteristiche tecniche del cantiere di destinazione.

Ciò nonostante sarà tradito da un inconsapevole quanto imprevedibile eccesso di zelo.
Sul parquet, che aiuto può dare Romiti Legno?
L’approccio rigoroso non è stato disatteso nella fase della posa e della finitura proponendosi di calibrare la generale “tonalità cromatica” (ben virgolettato, quale parametro astratto e non comunque definibile) del legno alle personali e soggettive preferenze della coppia di premurosi utenti.
Così, per meglio esaltare la calda tonalità del legno senza rinunciare all’effetto blandamente sericeo della finitura all’acqua, sarebbe stato effettuato un ciclo di verniciatura mista ovvero, la prima mano di fondo a solvente e due successive mani di finitura all’acqua, entrambe di tipo poliuretanico bicomponente.
La proposta del sistema di finitura è stata probabilmente strumentale anche al raggiungimento di un risultato di sicurezza per il nostro posatore.
Il quale in tale modo si è assicurato di ridurre ai minimi termini i problemi a cui le specie legnose ricche d’estrattivi incorrono a causa dell’impiego diretto di resine poliuretaniche a base d’acqua.
Tali fenomeni di schivatura sono possibili per la minore bagnabilità offerta da un supporto ricco di lipidi quali sono gli estrattivi del Teck che, per la loro natura sono intrinsecamente idrofobi presentando delle piccole porzioni decolorate e/o scoperte dalla resina.
Il pavimento è stato comunque consegnato con tutte le cautele del caso, eseguito con professionalità dal posatore, raggiungendo un livello di qualità decisamente impeccabile al momento della consegna.
Ma – ahinoi – solo in tale momento. Infatti, l’evento che ha indotto la contestazione sulla qualità del parquet non era certamente evidente al momento, sviluppandosi ben più tardi col pieno trascorrere della torrida e irraggiata estate del 2003 ricordata anche per le numerosi morti da caldo.
Il caldo e la manutenzione: da sapere!
Questa circostanza sarà fondamentale per il riconoscimento della correlazione causale.
Giova preliminarmente richiamare l’attenzione che, la vicenda non inquadra nessuna fattispecie
di “difetto” sussistente nel manufatto.
Nella sua generalità il pavimento si presenta integro nei caratteri estetici di composizione, ventura e tonalità cromatiche (per questi ultimi due non è prevista nessuna discriminante qualitativa di giudizio).
L’alterazione cromatica del supporto (questa volta non vi era nessuna alterazione fisica o dimensionale) era certamente subdola e incomprensibile.
I caratteri dell’intervento
Le porzioni interessate erano due, prospicienti alle porzioni di pavimento delle due porte-finestra che si rivolgono a ponente (l’orientamento geografico non è casuale, causa il maggior irraggiamento indotto dal sole).
La dimensione delle due era pressappoco coincidente, ovvero un quadrato largo due spanne.
L’alterazione esprimeva una sorta di deficit cromatico, ovvero, la superficie appariva sbiancata
in modo non definito, ricordando certi fenomeni d’affioramento di caseina (contenuta nei collanti).
Le decolorazioni evidenziavano dei nastri, disposti in modo trasversale alla direzione della posa dei semilavorati.
Questi non risultavano minimamente giustificati o riferibili alla configurazione delle doghe di legno: ove c’era soluzione di continuità del listone il difetto persisteva, interessando tre/quattro elementi.
Ciò lo rendeva un fenomeno esogeno al semilavorato elemento di Teck.
La superficie era perfettamente planare e integra.
Nessuna possibilità di riconoscere un fenomeno di deformazione o alterazione riferibile alle condizioni igrotermiche dei locali, peraltro insospettabili vista la corretta equilibratura del legno.
La sbiancatura era pressoché inomogenea, ovvero sfumata sulle parti perimetrali dei nastri così descritti, con una larghezza di circa 20 mm.
Tali nastri erano disposti in modo alternato a delle porzioni di colore originale, configurandosi così in un disegno a bande alternate.
Esse erano presenti solo sulle due porzioni individuate.
La ricerca della correlazione causale dell’evento descritto ha impegnato nelle valutazioni con l’“esclusione di causa” e così la definizione del più probabile degli eventi accaduti.
Osservare il parquet in controluce
L’osservazione più esasperata nel controluce ha consentito di riconoscere trascurabili “discontinuità” della levigatura, facendo concordare sulla sussistenza di un supporto finito lievemente inomogeneo.
Esso presentava delle opacità alternate disposte lungo la direzione della levigatura, ovvero lungo la direzione longitudinale delle fibre delle doghe.
L’unico processo al quale era riconducibile il fenomeno descritto è quello della levigatura, eseguita con l’usuale macchina levigatrice a rullo il quale, rivestito di carta abrasiva, leviga la superficie scorrendo in direzione longitudinale alle doghe.
La disponibilità della macchina levigatrice ha permesso di ricostruire la probabile dinamica e l’alterazione, dovuta a due fattori: la soluzione della continuità della carta abrasiva sul rullo e l’applicazione di un nuovo (e più tagliente) nastro abrasivo di grana 100.
A proposito del nastro abrasivo
Il rullo d’avvolgimento del nastro abrasivo è un cilindro rotante che, lungo la parete esterna ha una fessura d’inserimento dei lembi delle carte abrasive.
Tale fessura consente – tramite due viti eccentriche laterali di morsettare il telo di carta bloccandola nella rotazione.

Essa presenta una soluzione di continuità della carta abrasiva, ovvero un porzione non “levigante” che, nella rotazione di levigatura, indurrà una lieve irregolarità della superficie rendendola per l’appunto inomogenea (una sorta di pieni/vuoti) con una frequenza ciclica e ben periodica.
Il risultato si dovrà poi considerare nella successiva fase dell’applicazione della resina di preparazione del fondo, la quale troverà un supporto diversamente poroso.
In relazione alla distribuzione dei nastri ovvero della presenza di pieni/vuoti, peraltro impercettibili all’osservazione diretta e non misurabili nella loro densità nemmeno con l’uso di uno strumento comparatore.
La vernice a solvente della prima mano, troverà una differente porosità e conseguentemente una diversa concentrazione sullo strato fluido di vernice applicata esprimendo un requisito preminente richiesto al fondo ed espresso dallo spessore.
L’azione filtrante della radiazione UV. È per questo che tale radiazione, massicciamente presente sulle
porzioni prospicienti alle porte finestre ha indotto l’effetto “decolorante” sul supporto, peraltro
orientato e distribuito in modo perfettamente corrispondente ai così detti nastri.
Il caso sembrerebbe risolto perché giustificato da un correlazione più che credibile e verosimigliante per la confluenza di diversi fattori.
Ma come evitare tali fenomeni, suscettibili per tutte le superfici di tonalità bruna/scura ovvero della generalità delle latifoglie tropicali?
Da osservare come lo scrupolo dell’operatore gli abbia suggerito l’uso di carte levigatrici nuove e perfettamente taglienti.
Accentuando l’azione della levigatura e così anche il deprecato fenomeno riconosciuto proporzionato ai giri del rullo (ovvero alla frequenza della tratta di rullo vuoto) e alla capacità di taglio delle carte abrasive.
L’uso di carte abrasive di finitura
L’inconveniente è eliminabile solo con l’applicazione di supplementari carte abrasive di finitura, provvedendo con un’ulteriore azione con una carta di grana 120 e levigatura con una macchina a piatto rotante (monospazzola) della stessa grana o superiore.
Appositamente progettata allo scopo d’eliminare la visione sfumata di “corsie” per l’inomogeneo funzionamento del rullo.
Il presente articolo divulgativo sul parquet non potrà essere chiuso senza la dovuta precisazione che il fenomeno descritto non sarà comunque censurabile come un difetto che altera la qualità del manufatto.
Trattasi di un’anomalia dovuta a una trascurabile alterazione del supporto riconducibile ai processi di lavorazione di un parquet, un manufatto artigianale per eccellenza.
Suscettibile alla diversa sensibilità e manualità dell’operatore, oltre che delle condizioni ambientali di destinazione.
L’anomalia non riduce la funzionalità del manufatto e non pregiudica il suo generale aspetto estetico,
pertanto non potrà comunque assumersi come un difetto tale da indurre eventuali contestazioni sulla qualità.
Articolo di Alessandro Romiti – Studio Romiti Legno – Perito del Legno
