Il manufatto in questione era certamente speciale: una chiusura oscurante del tipo a stecche chiuse, con movimento d’apertura monolaterale a libro per otto ante scorrevoli applicate su di una luce architettonica di 5,60 metri.

Anche il serramento vetrato interno, in alluminio, era caratterizzato da un binario per consentire il suo scorrimento d’apertura con l’apposito dispositivo su carrelli.
Il committente dell’importante chiusura oscurante non era certo uno sprovveduto: si trattava, infatti, di un professionista applicato alla progettazione civile; persona atta alla comprensione del funzionamento di una chiusura oscurante di tale grandezza.
Chiusura oscurante e problemi tecnici: il contenzioso
Questa circostanza ha contribuito non poco all’accanimento del contraddittorio tecnico, sviluppatosi tra le
parti durante il sopralluogo.

Un vano davvero importante per una chiusura oscurante
L’ingombro “del pacchetto” delle ante composte dopo la manovra d’apertura, non doveva impegnare la luce architettonica del vano sulla parte destra coincidente alla zona d’attraversamento della porta
finestra, unica apertura utile al passaggio sul prospiciente giardino.
L’appaltatore era caduto in un certo imbarazzo, quando, dopo aver esposto le sue perplessità sull’effettiva
maneggevolezza del movimento “a libro” (per otto ante) aveva proposto e caldamente suggerito, un’apertura con lo scorrimento bilaterale (quattro ante per parte).

La precisazione della direzione d’apertura e della conseguente destinazione del pacchetto di ante aveva suscitato non poche perplessità all’appaltatore.
Il quale, consapevole della loro pesantezza, si era fatto scrupolo di calcolare adeguatamente la sezione della barra di scorrimento, addirittura sovradimensionata all’uso.
Tale accorgimento non poteva in ogni caso ovviare ai problemi direttamente correlati alla lentezza della manovra d’apertura del sistema.
Ciò, soprattutto, in diretta conseguenza della dimensione e della relativa pesantezza che rallentava, rendendo più faticosa, la rotazione durante la composizione del “pacchetto” finale.
Grandi dimensioni e peso: servono due mani per chiudere!
Il problema della scarsa maneggevolezza dell’intero manufatto era quindi ben facilmente da valutare, sia dal progettista e dal committente, (che, come si è detto, non era uno sprovveduto) sia dal costruttore;
quest’ultimo non si preoccupò, infatti, di far presente il delicato aspetto tecnico – correlato alla pesantezza
e alle grandi dimensioni – non secondario per il condizionamento nell’uso quotidiano.
La contestazione sulla qualità del l’intero manufatto non tardò a presentarsi, subito dopo alla consegna: la manovra d’apertura del “pacchetto” risultava impossibile da farsi con una sola mano.
Il commento del cliente espresso al momento del primo sopralluogo fu apodittico: “…il morto
è nella bara”! (alludendo alla difficoltà facilmente riscontrabile nell’esecuzione della manovra che richiedeva due mani con giuntamente applicate).
Difetti intrinseci al manufatto: meglio un accordo, forse?
Le contro-deduzioni alla contestazione furono immediate e rigorose quando venivano eccepiti dei difetti che risultavano essere intrinseci al manufatto stesso, palesi e quindi non meglio riducibili o eliminabili per la diretta correlazione ai caratteri dimensionali dei componenti e alla loro pesantezza.
Il costruttore aveva da sempre acquisito che l’apertura richiedeva (durante la manovra) l’uso contemporaneo delle due mani, dovendo esprimere una forza certamente superiore a quella richiesta da una semplice coppia d’ante, di normali dimensioni.
Infatti, se è vero che il sistema di sospensione su guida delle ante è certamente previsto per attenuare al minimo le forze d’attrito (sul piano orizzontale), diversamente le cerniere di collegamento, poste sulle battute dei montanti, sono soggette a maggiori e ben diverse forze;
che non sono da riferirsi esclusivamente alla rotazione del perno (nella sua sede della cerniera) ma, maggiormente, all’inevitabile, per quanto lieve e non percepibile, “disassamento” dei tre perni che non
insistono sulla stessa linea ideale, ma spesso su due o tre diverse, sviluppando così sensibili attriti e fenomeni di torsione del perno.
In buona sostanza le proposizioni sulla bontà dell’esecuzione sono state fondate sulla piena rispondenza del manufatto ai requisiti essenziali richiesti e assicurati alla sua destinazione d’uso, lasciando così senza considerazione la qualità dell’eventuale agilità di manovra, aspetto non classificato sul piano contrattuale, ma anche normativo. La controversia, espressa subito con rigore e determinatezza, si è poi disciolta nel contraddittorio espresso dalle parti per mezzo dei rispettivi tecnici nominati.
Il progetto di transazione è stato considerato attentamente anche dal committente che ha ragionevolmente riveduto le proprie posizioni, riconoscendo e autorizzando, delle modifiche all’intero manufatto.
Chiusura oscurante e soluzione: intervenire con modifiche all’intero manufatto in legno
I costi dell’intervento di modifica andavano ripartiti con un criterio di partecipazione fissato congiuntamente in modo proporzionato in due terzi alla società produttrice e un terzo al committente.
Questo l’intervento che è stato individuato per l’eliminazione del difetto e la riconfigurazione dell’assetto della chiusura:
– smontaggio dell’intero manufatto;
– allestimento di un montante centrale in metallo per la formazione di un’asta utile come “spalla
di battuta”;
– riconfigurazione dello schema di scorrimento, da un pacchetto monolaterale d’otto ante a due pacchetti bilaterali di quattro ante ciascuno, con modifica delle battute e adeguamento;
– Rimontaggio in opera con collaudo congiunto delle parti, presenti anche i relativi CTP.
La controversia insegna, ancora una volta, come spesso viene a mancare una comunicazione tra committente e costruttore che sostiene, precisa e sviluppa, termini e aspetti di carattere tecnico o
funzionale, assunti come acquisiti alla consapevolezza delle parti o comunque apparentemente non rilevanti agli effetti della conclusione del rapporto contrattuale e l’ottenimento della reciproca
soddisfazione delle parti.
Qualità e comunicazione per ottenere il manufatto in legno perfetto
Infine è utile richiamare il concetto di “qualità del rapporto” inteso come condizione da raggiungere nell’espletamento del contratto ed espressa non solo dalla qualità intrinseca del manufatto o servizio.
Ma dalla capacità di rappresentare e fornire nel progetto tutti gli aspetti particolari correlati all’uso di un manufatto, soprattutto se questo, come nella fattispecie, è eccezionale nella sua configurazione.
In questo aspetto di contenuto tecnico potrà dirsi certamente carente il progettista e produttore che non hanno anticipatamente informato il committente delle limitazioni intrinseche al complesso manufatto.
Prime fra tutte le scarsa maneggevolezza delle ante le quali, presentate come scorrevoli, sono state
erroneamente considerate come normalmente maneggevoli.
È comunque buona cosa non assumere autonomamente come scontate alcune circostanze, che appaiono tali solo in virtù della confidenza e competenza imprenditoriale spesso correlata all’attività del professionista o produttore.
La sensibilità e gradimento del committente sono spesso dimostrati essere parametri diversi e distanti da quelli del produttore o appaltatore.
Professionisti allineati sulla progettazione, ascoltando gli esperti
Altra difficile cosa risulta riuscire ad acquisire un punto di vista esterno alle parti in causa, valutando con una giusta ponderazione le ragioni dei contendenti e ricercando una soluzione conveniente e per tutti
molto più soddisfacente di una impronosticabile e certamente lunga, causa giudiziale.
Articolo di Alessandro Romiti – Studio Romiti Legno – Perito del Legno
